PARADIGMI RELAZIONALI
Omelia per la comunità del Seminario di Posillipo
Napoli, 20 marzo 2025
I versetti del testo di Geremia (cap. 17,5-10) “sembrano presentare, almeno a prima vista, una serie sconnessa di frasi proverbiali e antitesi sapienziali” (L. A. Schökel). Si tratta invece delle false fiducie e della vera speranza che si compiono in forma di benedizione o maledizione. La domanda di fondo è: in che cosa confida l’uomo?
Questione di cuore
La risposta sembra lineare: ripone la propria fiducia negli uomini. “Nell’uomo” indica anche se stesso: cioè contare sulle proprie forze e pretese, nel proprio sapere, nelle ricchezze e nel delirio di onnipotenza. E’ l’uomo che si gloria delle sue energie, capacità, progetti, risorse. Pensa di farcela senza Dio, ma non senza il dio di se stesso. Riprendiamo, a conferma, il testo di Is 7, 10-12: “Il Signore parlò ancora ad Acaz: ‘Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto’. Ma Acaz rispose: ‘Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore’”. Acaz non compie un atto di rispetto né tantomeno di umiltà, ma di superbia. Geremia sottolinea la mancanza di fiducia nel Signore, e deplora l’eccessivo affidamento nella propria ‘carne’. Al contrario, l’uomo che confida nel Signore con tutto il cuore e spera in lui, è benedetto. Tutto si gioca e si decide nel cuore di ciascuno. Per tre volte il profeta esplicita il riferimento al cuore: allontanare il cuore dal Signore, niente è più infido del cuore, il Signore saggia i cuori. La conclusione che possiamo trare è chiara: il cuore umano è piuttosto contorto, infido. E difficilmente guarisce. La denuncia del profeta Geremia smaschera ogni subdola forma di narcisismo, di autoreferenzialità che impedisce ogni rapporto onesto con l’Altro (Dio), con gli altri e con se stessi. La relazione resta centrale, quanto l’intersoggettività. È lo spazio tra, caro al filosofo Martin Buber, che costituisce il nucleo centrale della formazione personale. La relazione diventa luogo prestigioso di intersoggettività creativa. Secondo il paradigma relazionale, la “salvezza” non è più nell’autonomia o nell’appartenenza, ma nella relazione. L’imperativo non è più essere distinti a tutti i costi o conformarsi, ma essere in relazione. In questa prospettiva, si usa dire che si nasce nella relazione, che si è feriti nella relazione e che si guarisce nella relazione: la relazione curata come un luogo di incontro, guarigione e crescita.
La trama del Noi
E’ la bellezza rigenerativa della vita comunitaria. Non nascondiamoci dietro un dito: nell’idolatria dell’Io, la relazione cessa di essere un luogo di crescita, gioia e sviluppo e diventa, al contrario, un luogo di sofferenza, confinamento e regressione. Anche il Papa nel suo Messaggio per la Quaresima chiede di uscire dall’autoreferenzialità, essere “tessitori di unità”. Percorrere la vita “senza calpestare o sopraffare l’altro”, non lasciando che nessuno “rimanga indietro o si senta escluso”. Si tratta di educare il cuore a riconoscere e a sanare “la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni”. Solo se riusciamo a trovare l’istanza dell’altro dentro di noi, consapevoli che nella ricerca della verità non siamo monadi autoreferenziali, ha infatti senso “tornare in sé stessi”. È questo, in definitiva, il senso più profondo dell’agostiniano redi in te ipsum. È in tale dinamica che il soggetto diventa capace di percepire positivamente il proprio limite quale occasione di incontro, nonché segno visibile della continua aspirazione al proprio perfezionamento. La Parola di Dio riconsegna a tutti noi il paradigma relazionale non come u-topia, ma eu-topia formativa. Le scelte di Gesù nei vangeli attestano sempre una visione comunitaria del suo agire. Il vangelo della chiamata dei Dodici consegna la chiamata personale e la dimensione comunitaria dello stare insieme intorno a Gesù. Marco racconta una storia al singolare quando inizia a redigere il suo testo annunciando: “Vangelo di Gesù Cristo…”, per parlare di un uomo speciale, ma allo stesso questa storia diventa plurale, “come a dirci: il nome di Gesù può essere pronunciato correttamente solo se messo accanto a quello dei suoi amici, la sua vita si può raccontare solo se diventa vita di una comunità. Il Vangelo di Gesù Cristo si apre a chi sa scorgervi una storia plurale, non le gesta e le parole di un superuomo” (L Bruni).
I discepoli faranno fatica a costruire tale prospettiva, sempre tentati da visioni miopi e autocentrate, fino a litigare tra di loro e a non comprendere la prospettiva nuova del Regno.
La bellezza del Nome
Nel brano di san Luca (cap. 16,19-31) ritroviamo l’esempio di un cuore malato di egolatria. Il ricco è talmente tradito dalle sue stesse sicurezze da non meritare nemmeno un nome. La negazione del nome indica una chiusura, rimanda al rifiuto di una relazione. Anche nel nostro modo di incontrarci, grazie alla pronuncia del proprio nome inizia una relazione tra sconosciuti. Il mendicante, invece, merita un nome, Lazzaro, il cui significato ebraico è Dio ha aiutato, o Colui che è assistito da Dio. Lazzaro cerca una relazione negata. Nel rapporto con l’uomo ricco non può sperare neppure nelle briciole che cadevano dalla tavola dell’uomo ricco. Dove sta il problema? In entrambi i testi il problema è nel cuore umano. Di cosa soffre il cuore umano, se non di un’infernale solitudine interiore dell’Io?
La Parola di Dio offre, a mio parere, le coordinate basilari per una seria pedagogia delle relazioni. Rivelando il suo Nome a Mosè, Dio entra in relazione con la storia. Nel Nome Di rivela se stesso: “Io Sono colui che Sono”. Il Nome di Dio è il verbo Essere, verbo di dinamismo, soprattutto verbo di prossimità. Nella lingua ebraica non esiste il verbo ausiliare “avere”, come a dire che “avere” nel senso di possedere non è ausiliare di nessuno, non aiuta in nulla! Non si esiste per quello che si Ha, ma per quello che si E’. Il Nome di Dio rivela un Esistere per qualcuno, un non-vivere per Sé, piuttosto il suo pro-esistere. Anche l’Io sono di Gesù rivela la sua pro-esistenza. Il Nome di Dio (Jahweh) dà senso alla formula dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo, e io sarò il vostro Dio”.
Cari amici,
solo la fiducia tesse la trama del Noi. Gli altri non sono il mio inferno: per J. P. Sartre nell’opera teatrale “A porte chiuse”, i diavoli sono gli uomini, che ci attorniano, ci toccano, che respirano la nostra stessa aria, che sfiorano la nostra carne, ma ben peggio, ci guardano e il loro forcone è lo sguardo. Con esso ci giudicano, ci spogliano delle certezze; mentono, sono in malafede, ci fanno sentire nudi. La pedagogia della Parola di Dio insegna che gli altri non sono il mio limite, piuttosto guariscono i miei limiti. Impareremo a camminare insieme come Pellegrini di speranza, e non come erranti disperati.
+ Gerardo Antonazzo
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